«L’unico atto degno di un uomo è inginocchiarsi davanti a Dio»

Etty Hillesum è una giovane donna di Amsterdam, che durante la seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione nazista della sua città, volontariamente si fa internare in un campo di smistamento organizzato dai nazisti come passaggio per i campi di sterminio.

Ebrea ma non praticante, frequenta ambienti intellettuali non credenti, e conduce, come dirà con le sue parole, «una vita libera e sregolata».
Il suo Diario assieme alle Lettere sono una continua riflessione sull’esperienza vissuta in quegli anni, e portano il pensiero di quel che le avviene ad una grande essenzialità. 
Sin dall’inizio del suo Diarietty hillesumo lei si rivolge a Dio nella forma di un io che si rivolge ad un tu.

È la forma della preghiera.

Lei tuttavia da un certo punto in poi del Diario ha un ulteriore e diverso modo di adoperare il nome di “Dio”. Inizia a chiamare “Dio” il silenzio che riconosce dentro di sé…perchè, dice, bisogna avere «il coraggio di tornare a pronunciare il nome»

“Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi tengono ancora legata, imbarco tutto quel che mi serve per intraprendere il viaggio. Ora sono seduta sulla sponda di un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così sfinito e consunto da non poter più volare liberamente come un uccello”.

La persecuzione in Olanda cresce, gli ebrei devono portare la stella gialla, si pianifica la deportazione. Questa pressione tragica sembra agire su Etty come un catalizzatore che in pochissimi anni la trasforma, anzi la trasfigura. Mentre avverte che il nemico vuole l’annientamento degli ebrei, misteriosamente Etty cresce, in un dialogo sempre più serrato con un Dio al quale non chiede la propria salvezza, ma di condividere il destino del suo popolo, e di farsene voce.

Etty muore ad Auschwitz nel settembre 1943, a 29 anni, dopo che in lei si è compiuta una sbalorditiva metamorfosi.

Nel suo diario vi sono pagine struggenti, tese, dal fondo della ferocia e del male, ad affermare la fiducia in un Dio, nonostante tutto, Padre. In un Dio per il quale, in tanto strazio, la giovane ebrea si sente in dovere di «cercare un tetto»; e quel tetto è lei stessa, che vorrebbe accogliere in sè la paura e la disperazione di vecchi, madri, bambini in partenza, sui treni stracarichi di cui non si sa, ma ormai si intuisce, il destino. 

Sotto la sua vivacità che traspare dalle pagine del suo diario, Etty nasconde una profonda una inquietudine; ne sono l’evidenza le poche righe che accennano a un figlio che rifiuta perchè «voglio risparmiargli il dolore. Rimarrai nella condizione protetta di chi non è ancora nato e sii riconoscente, essere in divenire». Abortire, dunque, perché la vita è male (benché la tragedia ebraica in atto rendesse realistica una simile visione). 

Eppure nulla impedisce la metamorfosi. La Parola delle Scritture ha una parte forte in questo cammino interiore. La Prima lettera ai Corinzi – il celebre brano sulla carità – opera in Etty misteriosamente:

«come una verga da rabdomante che sferzava il fondo duro del mio cuore, facendone improvvisamente scaturire sorgenti nascoste. D’un tratto mi sono ritrovata inginocchiata e l’amore sprigionato scorreva di nuovo dentro di me…»

E mentre il cerchio attorno agli ebrei olandesi si chiude, e ciascuno cerca, come può, di salvarsi, la ragazza si inoltra per i sentieri dell’Antico Testamento, ma anche in Rilke, e nel Vangelo, che da ultimo cita ripetutamente. Ama Agostino, e c’è un’eco agostiniana quando scrive:

«Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo».

E più si fa fitto il buio, più Etty sente crescere dentro un segreto tesoro. Ne è meravigliata lei stessa:

«Com’è strana la mia storia, la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi…».

Umanamente inconcepibile è il suo stare di fronte al male assoluto della Shoà. Davanti alle madri disperate, ai vecchi balbettanti e smarriti che all’alba vengono imbarcati sui treni, la sua risposta è, prima, una inesausta preghiera:

«Io non posso fare niente, io posso solo prendere il dolore su di me, e soffrire»

Colpisce la “sregolatezza” giovanile di Etty che col tempo, il dolore, e la ferocia VISSUTA SCELTA E PROVATA  si sia trasformata in altro: essa stessa rinasce dal fondo dell’inferno, ostinatamente affermando che la vita è «comunque buona e degna di essere vissuta».


Sbalordita e grata di quanto Dio possa trasformare gli uomini se, semplicemente, Lo cercano!

Alcuni suoi scritti….