Il Chiodo che trafigge

Il Chiodo che trafigge

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 “Bisogna sapere che l’amore è un orientamento e non uno stato d’animo. Beato colui che riesce a tenere la propria anima orientata a Dio mentre un chiodo lo trafigge“. 

Così scriveva Simone Weil, straordinaria testimone di una ricerca che la condusse a Cristo, pur rimanendo sempre radicata nell’ebraismo delle sue origini e nella libertà dei suoi percorsi.

È significativa questa definizione dell’amore come “orientamento” e non come semplice “stato d’animo”.

L’amore autentico non è mai quiete paludosa, ma continuo pellegrinaggio verso un oltre, fino a tendere verso l’Oltre per eccellenza, cioè l’Infinito di Dio. Non per nulla l’immagine che lo stesso Cantico dei cantici usa per descrivere l’amore è “la fiamma divina” (Ct 8, 6), cioè un fuoco inestinguibile come quello che sprizzava dal roveto del Sinai ove era simbolo di Dio stesso (Esodo 3, 2). In questa esperienza, però, l’uomo e la donna sono trafitti e bloccati da un chiodo che li vincola alla terra e alla staticità. Sono molteplici gli avversari dell’amore: dall’egoismo alla smania di possesso, dal gelo interiore alla passione cieca. Sono veri e propri “chiodi” che impediscono il volo dell’anima che ama. Un amore che vivacchia sempre uguale rivela che esso è trafitto da qualche spina capace di impedirgli l’orientamento verso l’alto. Tutto questo vale per l’amore coniugale, per l’amicizia e per la stessa spiritualità.

Sant’Agostino nelle sue Confessioni afferma che «L’amore uccide ciò che siamo stati perché si possa essere ciò che non eravamo».

Amando si va sempre oltre il passato per diventare creature nuove che raggiungono le mete considerate impossibili.

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