Consolare chi è solo

Consolare chi è solo

postato in: Card. Ravasi, Mattutino | 0

Poco basta a consolarci, perché poco basta ad affliggerci. (Pascal)

È accaduto a tutti di vivere una giornata serena, segnata persino dall’allegria. All’improvviso, un imprevisto, un piccolo incidente ci fa piombare nell’amarezza. Ma la nube non staziona sistematicamente all’orizzonte e qualche ora dopo – dimenticato quell’infortunio – ritorna il sorriso sulle labbra. È, questa, la mutevolezza tipica della persona umana

Guardiamo alla consolazione partendo però da un punto di vista inatteso, ossia dalla radice che sta alla base della parola «consolare». 

L’etimologia di questo vocabolo è il termine «solo»: quindi «consolare» è sostanzialmente «stare con uno che è solo». L’idea è suggestiva perché tanta tristezza o dolore nasce proprio dall’essere soli e abbandonati, privi di una presenza che ti riscaldi, di una mano che ti accarezzi, di una parola che spezzi il silenzio e le lacrime. 

Aveva ragione il poeta spagnolo Pedro Salinas quando scriveva che «le mani di chi ama terminano in angeli», sono presenze angeliche che spezzano la solitudine dell’infelicità, perché il rischio dell’essere soli è che «la solitudine è il campo da gioco di Satana».

Per questo che lo Spirito Santo è detto «il Consolatore».

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